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Black out: quando salta la corrente e torna il Medioevo con il router

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Il black out arriva sempre con la delicatezza di un ospite che non ha avvisato e si siede sul telecomando. Un secondo prima stai vivendo nella civiltà: luce, Wi-Fi, frigorifero, caricabatterie, lavatrice che finge di finire. Un secondo dopo sei fermo in mezzo alla stanza, immobile, a chiederti se anche il pensiero funzioni a corrente alternata. La cosa più interessante del black out non è il buio. È la faccia dell'essere umano moderno quando scopre che l'interruttore non risponde. Lo premi una volta, poi due, poi con autorità, come se la corrente fosse un dipendente svogliato. Niente. A quel punto inizia il rito: guardare fuori dalla finestra per capire se il problema è tuo o del quartiere. Il black out è il momento in cui la domotica, quella che accende le tende con la voce e regola la temperatura come una divinità nordica, si trasforma in arredamento costoso. La lampadina smart non è più smart, è solo una lampadina con un curriculum esagerato. L'assistente vocale tace, il router muore in silenzio, il videocitofono diventa un quadro concettuale. In pochi minuti riscopriamo tecnologie antichissime: la candela, la torcia, la finestra, il vicino. Oggetti e persone che avevamo sottovalutato perché non avevano app dedicate. La candela gode di una rivincita storica: piccola, instabile, teatrale, ma capace di fare ciò che un impianto connesso da migliaia di euro non può fare quando la rete si ferma. Durante un blackout elettrico, il frigorifero diventa un oggetto mistico. Tutti sanno che non va aperto, ma tutti vogliono aprirlo. Non per fame, spesso: per controllare. Controllare cosa, esattamente? Che lo yogurt sia ancora lì a riflettere sul proprio destino? Che i surgelati non abbiano già organizzato una fuga? La regola è semplice: meno si apre, meglio è. Ma la semplicità, in assenza di corrente, diventa un concetto esotico. Così si assiste a consultazioni familiari degne di una crisi internazionale: quanto dura il freezer? Possiamo salvare il gelato? La mozzarella ce la farà? Il black out rivela priorità alimentari molto emotive. La prima cosa da fare è verificare se è saltato il contatore. Sembra banale, ma l'umanità ha costruito imperi e poi si è dimenticata di abbassare lo sguardo sul quadro elettrico. Se il problema è solo in casa, forse basta riattivare l'interruttore e spegnere qualche elettrodomestico troppo entusiasta. Serve una torcia, possibilmente con batterie funzionanti, dettaglio che di solito scopriamo nel momento meno poetico. Il telefono può aiutare, ma usarlo come faro per cercare il caricabatterie durante un black out ha qualcosa di circolare e disperato. Meglio conservare batteria, evitare ascensori e staccare dispositivi delicati. Il black out produce un fenomeno raro: le persone parlano. Prima con sospetto, poi con rassegnazione, infine con una certa curiosità. Si scopre che il vicino del terzo piano non è solo un rumore di sedie trascinate, ma un essere umano con una torcia migliore della tua. In casa, il buio costringe a una lentezza quasi offensiva. Non puoi fare streaming, non puoi lavorare al computer, non puoi nemmeno fingere di essere produttivo aprendo venti schede. All'improvviso il silenzio pesa, ma non è cattivo. È solo inutilizzato. Alcuni lo chiamerebbero occasione per riflettere. Il momento in cui la corrente ritorna è sempre grandioso. Le luci si accendono, il frigorifero riprende a borbottare, il router lampeggia come un piccolo albero di Natale burocratico. Tutti esultano per tre secondi, poi tornano a lamentarsi della connessione lenta. Eppure il black out lascia qualcosa. Non una grande lezione, per carità: non esageriamo con la crescita personale. Lascia però un promemoria utile. Tutta la nostra modernità, lucida e touch screen, poggia ancora su un filo. Quando quel filo si ferma, scopriamo che siamo avanzatissimi, ma con una torcia senza pile. ODRUSSA!

ODRUSSA è un blog di approfondimento e divulgazione. Non è una testata giornalistica e viene aggiornato senza periodicità. Cerchiamo di spiegare la realtà nel modo più accurato possibile. Se ogni tanto la realtà sembra una satira, la responsabilità è della realtà.

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