RaiPlay: il servizio pubblico semplice che prima vuole account, app e pazienza
- 14 ago
- Tempo di lettura: 3 min
Il servizio pubblico entra nel telecomando
RaiPlay ha un’idea bellissima: prendere la televisione pubblica, quella che per decenni abitava in un canale numerato, e renderla disponibile ovunque. Sul telefono, sul tablet, sul computer, sulla smart TV, forse anche nel tostapane se un giorno qualcuno deciderà che il pane integrale ha bisogno di un profilo utente.
Lo spettatore arriva con un desiderio modesto: rivedere una fiction, recuperare un documentario, ascoltare un programma, trovare quella puntata che ieri sera è finita mentre cercava il telecomando tra i cuscini. In cambio riceve una piccola cerimonia digitale: app da installare, account da ricordare, codice da inserire sul televisore, password da digitare con le frecce direzionali, una lettera alla volta, come in una penitenza interattiva.
Il catalogo infinito che vuole essere interrogato bene
Dentro RaiPlay c’è di tutto: informazione, intrattenimento, archivi, cultura, scuola, ambiente, scienza. Si può passare da uno Speciale Tg1 sulle energie rinnovabili a una pillola sull’open source intelligence, come nel contenuto contro la disinformazione e sulle indagini da fonti aperte. La televisione generalista, improvvisamente, si presenta come una biblioteca nazionale con la barra di ricerca.
Solo che la biblioteca non ha scaffali: ha caroselli. “Continua a guardare”, “Scelti per te”, “Da non perdere”, “Ultimi arrivi”, “I più visti”, “Programmi”, “Serie”, “Documentari”, “Teche”. Per trovare un contenuto prodotto per tutti, bisogna prima imparare a parlare con una piattaforma che si comporta come se ogni cittadino fosse un responsabile catalogazione.
La cultura accessibile, purché il dispositivo collabori
La Rai può mettere online un video sulla domanda più innocente del secolo, come la scienza dei dati e le previsioni, e nello stesso momento lo spettatore deve prevedere se l’app partirà al primo tentativo. C’è una poesia involontaria nel guardare un contenuto sugli algoritmi mentre il televisore chiede di aggiornare l’applicazione prima di mostrarti un video di quattro minuti.
Il vecchio telecomando aveva pochi pulsanti e molte colpe. Quello nuovo ha ancora i pulsanti, ma ora deve gestire login, profili, connessioni, QR code, autorizzazioni e versioni dell’app. Non siamo lontani dal mondo già raccontato da Google Store e dal suo piccolo ecosistema di account e app: cambi il marchio, resta la sensazione di essere entrati in un negozio solo per accendere la luce.
Il servizio pubblico separato in comode applicazioni
Poi arriva l’audio. RaiPlay Sound è un altro mondo, con programmi, podcast, radio, archivi sonori. Puoi ascoltare L’aria che respiri su Rai Radio 1, dedicato ad ambiente ed ecologia, mentre cerchi di capire se il contenuto che volevi era su RaiPlay, su RaiPlay Sound, sul sito Rai, dentro una collezione, o in una pagina che si apre meglio dal browser che dall’app.
La convergenza digitale ha un talento speciale: unisce tutto separando meglio. Televisione, radio, podcast, dirette, repliche, clip, extra, teche, collezioni. Una volta si diceva “lo danno sulla Rai”; oggi serve specificare piattaforma, dispositivo, app, sezione, accesso e, nei casi più delicati, stato d’animo della smart TV.
Il cittadino-spettatore diventa utente
La parola “utente” è entrata nel salotto con passo educato e non se n’è più andata. Prima eri pubblico. Poi telespettatore. Ora sei un account, una sessione, una cronologia, una preferenza, un consenso. La cosa somiglia a quella privacy che per proteggerti chiede prima di cliccare abbastanza.
Naturalmente tutto è più comodo. Puoi iniziare una puntata sul telefono e finirla in TV, se la TV ti riconosce, se la rete tiene, se l’app non decide di uscire, se il contenuto è ancora disponibile, se il profilo non è quello di un familiare che guarda cose completamente diverse. La televisione pubblica è diventata personale proprio nel momento in cui per guardarla bisogna dimostrare di essere se stessi.
La Rai di tutti, uno alla volta
RaiPlay resta una delle grandi porte digitali del servizio pubblico: un archivio utile, spesso prezioso, pieno di contenuti che altrove verrebbero spezzettati, monetizzati, nascosti o dimenticati. E infatti lo usiamo, lo cerchiamo, lo installiamo, lo aggiorniamo, lo rimproveriamo come si fa con le cose che ormai fanno parte della casa.
Solo che la casa, nel frattempo, ha cambiato serratura. Per entrare nella televisione di tutti bisogna passare da credenziali individuali, menu personalizzati e dispositivi compatibili. Il salotto nazionale esiste ancora, ma all’ingresso c’è un campo password. Come nel caso di Microsoft Windows e del desktop che prima vuole account e aggiornamenti, anche qui la semplicità arriva dopo una breve amministrazione personale.
ODRUSSA!


