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Overtourism: la città desiderata che deve difendersi dai desideri

  • 31 lug
  • Tempo di lettura: 2 min

La destinazione che ha vinto troppo

Per anni una città ha lavorato per essere vista. Ha restaurato facciate, lucidato piazze, inventato festival, riempito brochure, aperto profili social e spiegato al mondo che no, non era solo un posto dove abitavano persone, ma un’esperienza da vivere.

Poi il mondo ha risposto. Troppo bene. L’ overtourism raccontato come sovra-turismo comincia esattamente lì: quando una destinazione riceve più visitatori di quanti ne riesca a contenere senza diventare una versione congestionata di sé stessa.

Il centro storico trasformato in imbuto

All’inizio sembra tutto movimento economico. Tavolini pieni, camere occupate, valigie che rotolano, guide con l’ombrellino, negozi aperti anche quando il calendario vorrebbe pietà. Il centro storico sorride nelle fotografie e tossisce nei vicoli.

Le conseguenze elencate da chi analizza cause ed effetti dell’overtourism hanno un suono molto meno da cartolina: pressione sui servizi, aumento dei prezzi, consumo degli spazi, residenti che arretrano. Il forno diventa un negozio di magneti, il vicino diventa un codice per il self check-in, la scala condominiale impara l’inglese prima dell’amministratore.

La vacanza ottimizzata fino all’ingorgo

Il turista contemporaneo non parte più: sincronizza. Cerca, filtra, confronta, prenota, geolocalizza, recensisce e produce contenuto lungo il percorso. La spontaneità è rimasta viva, ma deve prima superare disponibilità residua, fascia oraria e cancellazione gratuita.

In fondo il viaggio semplice era già diventato una piccola sala comandi, come succede con Booking e la sua ansia da conferma. Anche il trasporto aereo con gate, slot e liquidi da 100 ml aveva preparato il terreno: milioni di persone invitate a muoversi liberamente, purché lo facciano tutte nello stesso weekend lungo. La folla non nasce per caso: spesso è il risultato perfettamente riuscito di una promozione ben fatta.

Quando la città misura l’invasione con una dashboard

Una volta il sindaco capiva che c’era troppa gente guardando la piazza. Adesso servono sensori, celle telefoniche, prenotazioni, indicatori, sentiment analysis e qualche report con grafici abbastanza seri da far sembrare scientifico il fatto che il ponte sia impraticabile.

Le soluzioni moderne passano anche da dati e previsioni, come ricorda il monitoraggio del turismo sostenibile tramite Big Data. Si contano ingressi, flussi, picchi e permanenze. La città intelligente non respira meglio: semplicemente sa con precisione statistica quando sta soffocando.

Il turista sostenibile con prenotazione obbligatoria

Arrivano allora ticket d’ingresso, fasce orarie, limiti giornalieri, percorsi consigliati, navette, divieti, tornelli leggeri e app che trasformano un vicolo in un servizio regolato. La libertà di perdersi sopravvive, ma solo se resta dentro il tracciato suggerito.

Tra le misure per contrastare il sovraturismo citate da Geopop sulle zone più colpite dall’overtourism ci sono contingentamenti, gestione degli accessi e strategie per distribuire i flussi. La cosa somiglia a una crociera con itinerario, braccialetto e turno al buffet, solo che la nave è una città vera e qualcuno ci abita anche quando il pacchetto weekend è finito.

La città non è un contenuto

Il visitatore vuole autenticità. La destinazione gliela prepara, la illumina, la rende raggiungibile, la protegge, la vende e poi gli chiede di non rovinarla entrando in troppi. Abbiamo trasformato i luoghi in prodotti da desiderare e poi ci siamo stupiti quando sono arrivati i clienti.

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