Google: il maggiordomo digitale che sa troppo
- 5 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Il motore che ha sostituito il dubbio
Google è nato come motore di ricerca, ma ormai si comporta come quel vicino che sa sempre tutto prima ancora che tu abbia finito la frase. Gli chiediamo ricette, sintomi, capitali, traduzioni e perché il gatto ci guarda male alle tre di notte. In cambio riceviamo risposte, pubblicità e una vaga sensazione di essere diventati una query ambulante.
La cosa meravigliosa è che continuiamo a chiamarla ricerca, anche quando digitiamo domande che un tempo avremmo posto a una persona vera. Ora invece interroghiamo una barra bianca, molto più paziente di un parente e decisamente meno incline a dire: te lo avevo detto.
Dalla mappa al divano: l'impero comodo
Google Maps ha trasformato l'umanità in una specie che non sa più dove si trova, ma lo sa con grande precisione satellitare. Seguiamo una vocina, sbagliamo comunque uscita e poi accusiamo l'app con la dignità di chi un tempo leggeva cartine al contrario in autostrada.
Gmail conserva conversazioni che avremmo dovuto dimenticare nel 2011, Drive ospita file chiamati definitivo_finale_vero e Android ci accompagna in tasca come un assistente personale con troppe chiavi di casa. È tutto comodissimo, ed è proprio questo il problema: la gabbia dorata ha il Wi-Fi stabile.
La privacy, questa creatura mitologica
Parlare di privacy con Google è come discutere di dieta davanti a una vetrina di pasticceria: in teoria siamo tutti molto motivati. Accettiamo informative lunghe come romanzi russi, poi clicchiamo su accetta perché vogliamo sapere subito se il ristorante vicino fa anche consegna.
I dati personali non vengono rubati con passamontagna e torcia, spesso li consegniamo noi con l'eleganza di chi offre il cappotto all'ingresso. Posizione, ricerche, preferenze, cronologia: piccoli coriandoli digitali che, messi insieme, disegnano un ritratto sorprendentemente accurato. A volte più accurato di quello che racconteremmo a noi stessi.
L'algoritmo non giudica, però suggerisce
L'algoritmo di Google non alza il sopracciglio, non fa commenti e non ti chiede se sei sicuro. Si limita a mostrarti risultati, video, annunci e suggerimenti con la calma di un cameriere che conosce già il tuo ordine. Tu pensi di scegliere, lui intanto apparecchia.
La SEO è il rituale con cui siti, aziende e blog provano a farsi notare da questa divinità con server climatizzati. Si scrivono titoli, si lucidano parole chiave, si ottimizzano pagine e si spera che Google conceda un posto al sole. O almeno in prima pagina, che oggi è praticamente la Riviera.
Dipendenza digitale con servizio clienti invisibile
Il punto non è demonizzare Google, perché sarebbe ipocrita e anche scomodo: bisognerebbe cercare su Google come farlo. Il punto è accorgersi che abbiamo delegato memoria, orientamento, curiosità e una parte del libero arbitrio a un ecosistema che funziona così bene da sembrare naturale.
Forse la soluzione non è fuggire nei boschi con una bussola e un indirizzo scritto su carta, anche perché poi cercheremmo campo. Basta usare Google sapendo che ogni comodità presenta il conto, spesso in caratteri piccoli. E se non lo trovi, tranquillo: puoi sempre cercarlo online.
ODRUSSA!


